Carissima me.

Carissima te,

Che stai un po’ consumata di lacrime tra un plaid morbido del colore dell’aranciata e il cotone spesso più bianco dei tuoi pensieri.

Hai le guance di rosso ruvido, adesso, e i tuoi denti sono stretti di un sapore cattivo che è amaro e sa di rame e verde frutta acerba.

Il cuore singhiozza e non c’è, ora, il limone con lo zucchero a fermarlo.

Carissima te,

che sai cosa vorresti e ardi di desideri splendidi ma ti pizzichi gli avambracci, ogni tanto, per capire che è tutto vero.

Che ne hai letti, cazzo se nei hai letti, di romanzi in vita tua ma il più vero scorre nell’inchiostro delle sue ciglia e nella punta della sua lingua.

Che c’hai la voce per cantare ma adesso trema senza le sue corde.

Carissima te,

che non sai come accorciare il tempo per diluire l’irragionevolezza di certi tuoi errori.

Che l’unica cosa che ti fa mancare Lui è nemmeno la sua malinconia.

Che l’unica cosa che ti manca ora, è Lui.

Carissima me,

che sto un po’ nel Limbo ma non in quello che vorrei.

Che sono impacciata ma coraggiosa, che non prometto ma voglio fare, che non ho paura di non voler più difendere la mia irrazionalità.

Carissima me,

che della debolezza di uno sbaglio vorrei fare luce con queste parole.

 

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Sulle righe d’argento e sugli insediamenti umani.

DarkCloudSilverLiningMolto più spesso di quanto io riesca a sognare, scrivere, dipingermi in faccia, cucire addosso, spalmarmi sulle braccia, bagnare con la lingua, calpestare a piedi nudi, saltare, sentire e molto più molto più spesso di quanto succedano queste cose io cerco di accendere luci di un Natale fuori stagione, di un lampione intermittente che illumina stroboscopio la campagna desolata, di una candela tiepida di colore su una torta sontuosamente casalinga.

Cerco di illuminare, espandere in chiaro, abbracciare in luce le righe scritte d’argento del lato positivo delle cose, delle persone.

Delle persone che fanno cose e delle cose che fanno le persone.

Cerco quasi infinitamente di dare lenti più spesse e pulite alla miopia di certe situazioni ipocrite, cerco di dare visioni in alta definizione a schermi poco chiari, di emozioni sgranate e di vissuti sfuocati.

Tendo irrimediabilmente a non avere paura di rischiare di capire: come quando non temo di ferirmi con il rovo di una pianta di mora perché ne prediligo il succo e la morbidezza tra le mani e sulle labbra, prima.

E se mi taglio che importa, mi sono mangiata un frutto splendido di velluto e viola.

Mi piace scrivere con righe d’argento le storie positive degli esseri che si rendono umani.

Degli umani che si insediano felici e fieri gli uni nelle vite degli altri.

Degli umani che si insidiano tristi e soli gli uni nelle vite degli altri.

Perché anche nelle insidie e non solo negli insediamenti più splendidi io vorrei scrivere d’argento le storie positive.

Non mi spaventa non capire spesso, preferisco smarrirmi tra i percorsi senza mappe e bui e usare le conoscenze essenziali della misera geografia astronomica reminiscenze dal liceo per orientarmi in quei cieli enigmatici di persone che poco brillano.

Preferisco scrivere e pensare a tutti gli esseri umani e ancora e ancora e ancora come corrente di acqua che si spinge potente nel suo letto immenso di mare.

Preferisco credere e immaginare che alcuni -forse tanti- esseri umani siano ancora e ancora e ancora pronti a scolpire con punta di diamante quello che custodiscono di prezioso in scrigni inviolati e innocenti su alberi di vetro con foglie morbide di vento.

E mi chiedo:

Perderò mai questa penna di metallo prezioso?

Perderò mai il quaderno immacolato di peccati non originali e parole rare e scontri e fusioni di neuroni e fiori e racconti belli e di sconforti e di abbracci e sguardi di nebbia e raggi di sole?

Perderò mai la voglia di vedere una goccia che fa oceano in un bicchiere che tutti vedrebbero vuoto?

Io vorrei scrivere su righe d’argento di no.

Sono qui, bellezza.

tumblr_m3ouq8z7mY1qeqygoSpesso servono mappe per capire dove ma non serviranno mappe per farvi portare nel posto in cui io vorrei.

(Nel posto in cui poi anche voi vorrete).

Più spesso serve una luce speciale per guardare il buio di sola ombra che dovrebbe essere d’istinto e distintamente netto dallo splendore diretto e tenace.

(Dallo splendore per cui non vi coprirete gli occhi ma li chiuderete un momento, quello soltanto che serve per farvi intiepidire le palpebre).

Ancora più spesso servono mani solide, di quelle mani che fanno cose buone che fanno cose geniali e tremanti e imprecise e forti.

(Le stesse mani vostre che mai avreste pensato mai potessero stringere legno e fuoco e nuvole di lana e tagli di vento sottile).

Per portarvi dove vorrei io, oggi, più che tutto servite tutti voi.

Nel senso di voi, tutti interi.

Tutti interi venite a scoprire la bellezza: a letto distesa, sul manubrio di una bicicletta, sulla buccia di un frutto sgargiante, tra l’odore di foglie di bronzo, in cielo, in terra. Intera.

Ve lo chiedete mai dove sta la bellezza?

Vi piace cercarla delicato dettaglio impercettibile o vi rende felici vederla palesarsi chiara secondo canoni precisi e lampanti?

Dove sta?

E’ un parola, il suono di una parola piena, è il profumo il profumo di una parola che si accende, è la vista di una parola di carattere, è il tocco di una parola liscia come foglia di magnolia verde, è il gusto di una parola sulla punta della lingua che freme.

E’ qui, la bellezza?

Sono occhi di notte e ciglia di velluto, sono i profili di nasi intrecciati, sono pagine violente di un libro che vi ha pigliato l’anima, sono le gambe doloranti di una corsa a perdifiato, sono i sussulti di un giro in altalena, sono le urla di onde di mare in spregiudicata tempesta, sono i finestrini abbassati e i gomiti a ritmo di musica.

E’ lei, la bellezza?

il più che soggettivo inclinarsi a qualcosa che muove e smuove e commuove in maniera differente di ogni essere dotato di umanità che trova secondo squisiti requisiti quello che ritiene bello.

E che bello poi non è.

Universale, la bellezza?

Spero fermamente di no, credo, prego fermamente di no.

Il contrasto deciso di opinioni naturali mi fa sperare che se io intendo diverse sfumature non per forza (anzi, proprio nemmeno per debolezza) anche l’altro le debba intendere come me.

Oggettivamente, la bellezza?

Il tramonto che brucia non infuoca gli animi di chi corre verso l’aurora tenue di giorni stiracchiati, il mare che bagna infinito increspato non anima chi scalerebbe montagne di fatica e vette di respiri.

Io me lo chiedo dove stia la bellezza vera (se una vera c’è) soprattutto quando mi sembra che ogni cosa sia ricoperta, avvolta, ripiena di bellezza.

E’ nel viaggio senza mappa per riconoscerla di cuore?

E’ in quelle palpebre tiepide che la riconoscono al buio?

E’ nell’intenso di una parola che diviene suono familiare?

E’ nelle mani che costruiscono buone cose buone?

E’ ovunque si vuole oppure è ovunque si desidera?

Risposte, però, per voi io non ne ho: vi ho promesso un viaggio di occhi e mani e luce senza bussola e punti cardinali, un viaggio che è il percorso senza meta di animi brillanti, che traboccano di quesiti positivi, che hanno la curiosità ingenua, la pura voglia di metafore audaci, che anelano qualcosa che rendono passione, che desiderano d’ardore e neuroni ciò che rendono bello.

Sei qui, bellezza?

C’è chi dal Limbo ti parla il Paradiso.

C’è chi dal Limbo ti parla il Paradiso:

non solo per insegnarti qualcosa,

né per farti aprire un unico sorriso.

Le parole scivolano in versi d’improvviso

e tu ti senti come screziata rosa

un fiore piantato fresco che non può esser reciso.

La poesia regala un ritmo preciso

la mano stringe lo sguardo – luminosa-

i cerchi in cielo sono nuvole nel luogo eliso.

Gioca il ricordo rosso su bianco su viso,

questa scuola ora è meravigliosa:

il più bello è il pensiero di stanotte inciso.

Il sentimento di parole nuove condiviso

nelle iridi elastiche nell’ora ariosa

prendono forma lacrime buone senza avviso.

Non è solo durante che si spiega deciso

è tutto stelle lucide, blu intenso, luna preziosa

è sempre, anche fuori dalle rime, indiviso.

Perché chi dal Limbo ti parla il Paradiso

è per donarti di speciale qualcosa,

e per farti aprire proprio quel sorriso.

Che tu, che lui. (Di sanità, di Sabato, di sicuro)

2b8fc4e5b5686016ef39124f4d4e25edChe se tu scrivi e lui scrive

che se lui respira e tu respiri

che se lui cucina e tu mangi

che se tu mangi e lui ti mangia

che se tu dormi distesa e lui sta sveglio

che se tu passeggi sveglia e lui dorme

che se tu stai in silenzio e lui ti parla il silenzio,

caldamente.

Che se tu parli e lui ti domanda

che se tu domandi e lui risponde

che se tu chiedi e lui chiede

che se tu dici, lui dice

che se tu piangi e lui è luce che asciuga

che se tu ridi e lui è luce che illumina,

vicendevolmente.

Che se lui ti guarda in obliquo tu lo osservi dritta

che se tu hai la malinconia lui protegge

che se lui si spaventa tu ancora di più

che lui non si spaventa che tu hai paura

che se tu hai paura e lui lenisce

che lui ha coraggio e tu ne attingi

che se lui ti prende tu sei mani,

lentamente.

Che se tu sei pioggia lui è acqua

che se lui è neve tu sei fiocco

che se lui è gioco tu sei forza

che se tu sei gioco lui è forza

che se lui ha abbracci tu sei spalle e gomiti

che se tu hai baci lui è baci

che se lui ha poesia tu sei poesia

Che se non è tutti i giorni è tutto il giorno.

Un Lunedì, un Martedì, un Mercoledì, un Giovedì, il Venerdì, un Sabato, una Domenica.

10868028_10155072646545595_2316675762970581450_nIl calendario è un bagno caldo di giorni,

le ore sono le bolle di sapone adorato che scoppiano impercettibili su pelle da lavare,

i minuti, i minuti sono interminabili cammini scalzi, nudi, in cerca delle mutande e con l’asciugamano che scivola dalle spalle.

I secondi nemmeno esistono nel tempo che si dedica, perché sono tutti attimi, momenti, respiri di narice, respiri di bocca, respiri bocca a bocca, respiri sotto il getto d’acqua che male si miscela dal rubinetto capriccioso ma che poi, poi sì che si adatta al nostro viso da svegliare.

Il tempo è acqua.

Il tempo è acqua caldissima che profuma.

Il tempo è acqua fredda che desta.

Il tempo è acqua da bere che pizzica tra le gengive e il labbro inferiore.

Il tempo è acqua da tenere tra le mani messe a scodella, pronte a dissetarsi.

Il tempo è acqua di una fontana illimitata di ninfee e pesci argento.

Il tempo scandito, il tempo candito, il tempo candore, il tempo cantore, il tempo attore, il tempo regista, il tempo antagonista, il tempo amante, il tempo abbacinante.

La settimana è una doccia lunghissima di pioggia e nuvole di cotone, è una visione di lampi e di tuoni trattenuti, è una commozione di abbracci che si sciolgono come lo zucchero girato nel caffè, è il senso di vestiti piegati al bordo del letto, è uno specchio retrovisore che cerca chi sa di voler seguire, è una voce di timbro e di tempera che riconosci per radio, è un calice sincero e rivelatore di parole rosse liquide.

La settimana ha Lunedì spietati di sveglie radicate innaturali, ha Martedì di malinconia che spreme e preme come mani spaventate, ha Mercoledì di calma sicura silenziosa timida apparente, ha Giovedì di dubbi fortissimi di neuroni incredibili increduli e di coronarie condizionali condizionate sicure, ha Venerdì di albe di rosa di viola e di neve remota da baciare con labbra di fiducia, ha Sabati dilatati come mattinate molli infinite di colazioni che diventano cene sbattendo le ciglia, ha Domeniche di odore di erba e fango e latte a letto e amore in piedi e pigiami come vestiti della festa e biciclette correnti sulla corrente e contro.

E io pensavo che ogni giorno fosse differente variegato e avevo ragione.

E io pensavo di non potere donare i giorni ma regalarli e basta e mi sbagliavo.

E io pensavo che il tempo fosse una settimana enigmistica enigmatica.

E io pensavo che il tempo fosse galante invece è maleducato e ribelle.

E io pensavo che il tempo non tornasse più invece torna meglio torna eccome.

E avevo ragione.

E io pensavo che il tempo fosse una condizione, non condizionale.

E mi sbagliavo.

Sulle parole luminose, sulla paura del buio e su una coperta.

10347078_791784820868581_9215192049770561189_nUn film speciale, uno dei miei preferiti, contiene una scena splendida; una scena che ti fa bruciare il cuore come alcool puro sulla punta delle lingua, che ti prende per le tempie e stringe forte, che strofina una spugna di schiuma sulla schiena tiepida, che rende le iridi galleggianti.

In questa scena ci sono momenti così densi che quando io ho bisogno di silenzio imparo da quei fotogrammi a chiudere gli occhi per immaginare, per rendere poesia quello che poesia a tutti non sembra ma che poesia è.

Una poesia recitata con la gola secca di paura, una poesia che freme sulle labbra e preme sulle orecchie di chi ascolta.

Nel film le parole di questo timido poeta improvvisato si fanno largo tra gli spiragli delle dita di qualcuno che gli copre gli occhi, che gli copre gli occhi per farlo guardare davvero.

E il guardare diviene scrutare e lo scrutare diventa osservare e l’osservare diventa cercare e il cercare… poi il cercare non lo so cosa diventa perché io, in quel momento esatto, penso che si debba smettere di cercare e iniziare a pensare di aver trovato.

Di aver trovato le pause per i propri respiri, di aver trovato ristoro per i propri incubi, di aver trovato un materasso per la propria innocenza, di aver trovato la passione per quello che ci rende forti, di aver trovato le cause di un mal di testa martellante, di aver trovato mani che si intrecciano spontanee, di aver trovato la fragilità di uno strato sottile di ghiaccio che ci rende equilibristi senza timori, di aver trovato la potenza di una piuma più che morbida che ci ricorda che sì, volendo, si può anche volare.

Ho paura quando io stessa metto le mie mani sui miei occhi per non guardare; ho paura di non regalare le lettere giuste, di non donare i giusti verbi, di non mettere nelle mani dell’altro il mio idioletto puro.

Ma non è un terrore irreparabile o un timore da una carenza di coraggio. Non credo.

Proprio no.

E’ che io ho paura di non dare quello che dovrei, di non dire quello che vorrei, di non concedere le parole le più luminose.

Ma io credo che, poi, la paura sfumi leggera e la verità non sia più una coperta che tiene scoperti i piedi come nella poesia di quel timido poeta improvvisato; perché se c’è qualcuno che ti copre gli occhi per guardare davvero,
tu non hai inspiegabilmente più paura e le parole, quelle parole, sì le parole con cui faresti l’amore, non si bloccano più tra il mento e le clavicole ma escono fluide, fluide e intense e incerte ma di quell’incertezza che rende la verità ancora più forte, di quell’incertezza che non è dubbio ma scoperta.

La verità non è più una coperta che ci lascia scoperti i piedi.

Io credo che la verità sia nel gesto di chi, con un’altra coperta, ci copre le spalle.