“Non son degno di te”.

Anni fa,quasi otto oramai, un professore si rivolse alla mia intera classe del liceo sibilando quello che, secondo lui, doveva essere un annuncio glaciale.

“Quest’anno, anche se il programma ministeriale lo prevede, non vi spiegherò il Paradiso di Dante. NON NE SIETE DEGNI”.

In aula nessun sussulto, qualche respiro rallentato e, per i rari, un impulso interno di ira inverosimile.

Vi è di più perchè quelle dapprima timide spinte di rabbia funesta sono state (mi chiedo ancora il perchè) trattenute il giorno dello scritto della maturità quando è stata aperta la temibile busta ocra. PRIMA PROVA. DANTE. PARADISO.

Nella porzione di corridoio che ospitava la mia classe in quel giorno di esame posso giurare che sono state invocate in ordine alfabetico e maniera non così benigna tutte le divinità dell’Olimpo sia in greco antico sia nel corrispettivo latino con le dovute aggiunte e modifiche.

Per colpa di una inspiegabile e superba definizione che ci tracciava come “indegni” avevamo perso conoscenza e possibilità. Per colpa di una presa di posizione apparentemente saccente ma in realtà inutilmente crudele ci siamo fatti abbracciare dallo sconforto.

Ogni volta che per caso o per distrazione scivolo sulla parola “dignità” ripenso esattamente a quel giorno e al momento in cui quella persona ha pensato di farmi sentire indegna.Ho scritto bene “ha pensato” perchè nel suo infimo intento non è riuscito.

Anzi. Quel giorno ho ben compreso che la dignità non è accademica ma innata, non è una fragile equazione ma una parafrasi meravigliosa di puro sentimento.

 

 

 

 

 

 

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