Sul piano cartesiano e sul Bene di una poesia.

Processed with MoldivCi sono alcune cose che scivolano se non vengono dovutamente trattenute. Ci sono cose che vanno cercate, che cadono addosso, che abituano stranamente al Bene.
Ci sono cose che non dovrebbero interrompere silenzi richiesti, tempi concessi, inspirazioni lunghe notturne.
E forse questa che sto per scrivervi è una di queste cose.
Nella foto ci sono due immagini sebbene sfortunatamente sfocate assai riconoscibili.
E io mentre dormivo in questa domenica notte molle incredibile le ho ben sognate.
La foto di sinistra è il disegno di uno schema in cui si cerca di inserire qualcosa di indomabile: la poesia.
Ascisse, ordinate. Parametri per il potenziale infinito, confini per contenere una deflagrazione emozionale.
Come si può contenere la poesia?
Come si può contenere la poesia della poesia?
Rassicurante, accademico, universale. Astratto.
Cazzate.
L’immagine dopo è la potenza della ribellione allo schema, è la voglia di sbrodolare su pagine passate, è strappare quello che ormai non è più parte di noi, che non lo sarà mai, che non lo è mai stato, che non vogliamo sia.

E’ erotismo.

È poesia?
È poesia,no?

Quello che il mio istinto ancorato al dormiveglia voleva dire è che incatenare, definire, disegnare una poesia è da folli.
Da idioti.
Ci sono poesie che abbiamo letto pensando fossero le migliori che la nostra lingua potesse sfiorare, ci sono versi che ci hanno richiesto impegno e parole in rima che parevano ai nostri occhi voti sacri.
Le abbiamo lette, declamate, cantate, sussurrate.
Come se fossero la cosa più strepitosa, come se fosse la cosa più giusta, come se fosse la nostra poesia.
Cercare le favorita potrebbe farci spendere clessidre di deserti e consumare federe di lacrime quasi fredde e, forse, non la troveremo comunque mai.
Ma non è l’affidarsi ad un manuale, ad un modello, al retaggio, la cosa che ci farà pulsare di leggerezza, la cosa che farà vibrare neuroni e polpastrelli, quella che ci farà baciare fontane di ricordi in proiezione.
La nostra poesia è quella che ci mette un bavaglio alla bocca, quella che ci copre gli occhi con le mani e ci fa sbirciare tra le dita, quella che ci invade di profumo la casa, quella che sappiamo di voler leggere ma abbiamo paura di arrivare al punto per perdere la dolcezza di un ritorno.
Se ci dovesse far sentire meglio potremmo scegliere un piano cartesiano in cui le ordinate siano il nostro passato e le ascisse gli ostacoli del nostro animo atleta.
Ma a cosa potrebbero mai servire due linee di sì finta sicurezza se non a donarci alibi vuoti?
La poesia è potente compassione, favola lieve, il pensiero di un arrogante ma timido ultimo primo bacio.
Ma solo il pensiero. Che sta a dire che sarebbe bello aver trovato la propria poesia, quella lì, proprio quella.
Sarebbe, non è.
Quindi, niente paura.
Il terrore della fine, il panico dell’inferiorità rispetto alla grandezza di un orizzonte di stelle appiccicate a caso, la paura di racchiudere emozioni in allarme sono proprio quelle ascisse e quelle ordinate che cercano di imprigionare quel flusso splendente che è la poesia. La vostra poesia dell’istante.
E voi sareste pronti a perdere anche solo un’ora di energia pura,sguardi profondissimi,versi da capogiro,parole magiche, tocchi decisi,pelle premuta contro altra pelle,racconti assurdi di futuro incredibile per il timore di aver già definito, pensato, vissuto, amato, voluto, deciso?
(Beh, io forse no).

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