Degli incontri su incroci, dell’indefinito definire e di una moka di caffè.

crossword_texture_i_by_marysse93-d5g2ehhUn cruciverba (meglio di un sudoku ché io con i numeri sono un po’ impedita) un cruciverba di quelli di Bartezzaghi che pensi di non riuscire a sciogliere, che credi sia meglio usare la matita prima della penna, che ti metti seduta ad un tavolo per risolvere.

E da dove si inizia poi? La prima orizzontale sembra così facile che nemmeno ci vuoi credere e subito la cerchi di incrociare almeno con l’iniziale della prima definizione verticale.

Giusta. Wow. Per ora,ma wow.

E poi vai avanti a leggere, a sciogliere l’enigma in frasi, con la penna (o matita) che stringi tra i denti, gli occhi che cercano in obliquo qualche risposta in aria.

(5.Orizzontale. Casellina nera. Tre caselline bianche).

Ma vai avanti e pensi che non saprai mai di quella provincia remota della Lituania e nemmeno le iniziali di quell’arpista campana vissuta nel sedicesimo secolo e nemmeno conosci (forse) la sigla dell’elemento chimico Einsteinio.

(7.Verticale. Tre caselline nere. Sette caselline bianche)

Ma il cruciverba praticamente tutto vuoto non si può lasciare da subito pure se pare così difficile.

(Oddio, c’è chi si spaventa subito e scorre le pagine solo per collegare i puntini sulla pista cifrata eh. Ma non è cosa per noi)

E allora le leggi velocemente tutte le definizioni, per trovare quella che ti incoraggi, quella che magari il tuo retaggio di studio ti ha lasciato, quella che di certo come soluzione è il lago Aral o la targa di Pesaro-Urbino.

Incastri piano piano le lettere, ti fai fiduciosa, abbandoni la matita o non cancelli più tremante la penna leggera; le lettere si intrecciano e quasi ti viene fuori pure il nome di quell’arpista campana vissuta nel sedicesimo secolo.

Quasi.

“Ammazza” – pensi- “sono brava io oppure è solo esperienza? Ce la faccio o è solo la memoria di tutti gli altri cruciverba fatti in passato?”.

Ma perchè sminuirsi così a inizio cruciverba, ma no. Ma no. Sei brava te,caspita. (Adesso manco usi più la matita).

Arriva la definizione sulla Rivoluzione Francese, quella sulle coltellate di Giulio Cesare, quella del primo quadro di Pollock.

E le sai. E le scrivi. (E dai!)

Metà cruciverba. Caselline nere: una. Caselline bianche 21 .

Porca paletta. Anzi, no. Minchia.

Ti alzi dal tavolo, stropicci gli occhi, prima il destro poi il sinistro, appoggi la penna, intrecci le dita, fai un giro per la stanza allungando la schiena, camminando in punta di piedi. Magari ti versi dell’acqua, forse metti su una moka.

21 caselline bianche. Ventuno. VENTUNO.

E pensi: “Non poteva uscire con gli amici a bersi un Cynar quella sera invece di scrivere ‘sto cruciverba, benedetto Bartezzaghi?!”.

Ti rimetti sulle verticali dunque. Cerchi di risolverle tutte quante che almeno tre quarti di quelle ventuno lettere le recuperi così.

Ma niente. Poche sì, poche.

Questo è il momento in cui c’è chi si da davvero alla pista cifrata o direttamente legge il quesito della Susi, che pare sia meno complesso di queste ventuno caselle bianche tutte in fila.

Tu no. Che te lo dico a fare. Tu stai con le tue caselle bianche. E ora ci stai pure bene.

E non perchè sia una sfida, non vuole dire questo. E’ perchè ti piacciono quelle ventuno caselline bianche. Quell’ apparente arcano che per essere risolto ha bisogno del tuo intuito, del tuo intelletto, dei tuoi ricordi, del tuo rischio, della tua fantasia.

Di te. No?

Alcune delle definizioni verticali le risolvi, non ti convincono ma le assegni comunque e speri che quella parola lunghissima in mezzo al cruciverba prenda corpo, forma, si definisca.

Prendi il foglio del cruciverba lo allontani un po’ dal campo visivo perchè vuoi capire se la prospettiva differente ti può dare risultati differenti. E, incredibile ma serve, serve davvero. E metti altre due lettere in fila che comprendi e sei quasi certa possano funzionare. (E’ l’articolo che pensi sia l’inizio delle ventuno caselle bianche, ci piazzi un “IL” e chi si è visto si è visto e magari funzia).

Sale il caffè dalla moka, lo versi in tazza, aggiungi il latte, zucchero, mescoli.

Ovviamente sporchi con il caffè il cruciverba, lo sai, lo vedi e ridi. E’ tipico.

E ridi ancora stringendo la penna tra le dita, appoggi la schiena sulla sedia e ti leghi i capelli perchè pensi ti possa aiutare a concentrarti.

Guardi le caselle, ne sono vuote circa la metà, Le fissi proprio quasi volessi che si potessero scrivere da sole.

Ma non è così che va. E torni su quelle due verticali che hai lasciato indietro per qualche dubbio, un lampo intuitivo e le riempi. (Grazie Nonna perchè quando ero piccola mi hai detto che Claudio Villa era un “urlatore” sapevo che prima o poi mi sarebbe servito. E grazie Piero Angela perchè mi hai insegnato che Plutone è un pianeta “nano orbitante”, non avrei mai pensato mi potesse servire ma eccoci qui,mi è servito eccome).

Meno due, sempre meglio.

E ti squilla il telefono ma manco lo guardi: cioè stiamo scherzando? Siete tu e Mister Bartezzaghi ora.

E squilla ancora il maledetto. Un messaggio,forse. Sì, un messaggio, anzi due di fila.

Ti sciogli i capelli perchè invece ora pensi che toccarli possa aiutarti con la concentrazione.

Sospiri perchè pensi che magari avresti pure di meglio da fare,che dici?

Ma il cruciverba ti piace, questo molto e molto di più di altri. E sei affascinata che gli dedicheresti un pomeriggio intero libero di quelli inattesi.

Decidi di leggere anche le definizioni che poi risolte metteranno intorno a quelle ventuno caselle le loro lettere.

Ti riescono con quasi leggerezza, il tratto della penna è più marcato e pensi “Bartezzaghi me spicci casa, te lo dico”.

Comunque le guardi le ventuno caselle, sono quelle che ti attirano, sono quelle che ti hanno quasi rapita. Tieni gli occhi su di loro anche se scrivi in giro il resto, occhi a loro, su di loro. Un pezzetto di cervello lavorante solo per loro.

Finisci il caffè, ti mordi il labbro inferiore, arricci il naso, alzi un sopracciglio e mentre fai tutti questi gesti adorabili, tac, quasi finisci il cruciverba.

Non tutte le ventuno caselle,però. No,no.

Perchè ti suona il campanello. C’è qualcuno alla porta (tu speri sia Bartezzaghi, ovviamente).

Fai entrare quella persona che ti trova con le dita macchiate di inchiostro, i capelli improponibili, una macchia di caffè esattamente sopra il labbro superiore.

E quella persona ti pulisce la macchia di caffè con due dita, ti prende le mani colorate di nero forte,le guarda sorridendo e poi ti sposta i capelli mettendoli tutti da una parte,sulla tua spalla,

“Ma che stavi facendo?”

“Un cruciverba”

“Uhm. Finito?”

“Quasi”

“Vuoi una mano?”

Istintivamente vorresti dire: “Eh no. No. Cioè mi manca una parola, arrivi te fresco e te la risolvi così.No,eh”.

Ma poi rispondi: “Perchè no?”

Ora, io non vi dirò se insieme a quella persona risolverete quel cruciverba per intero, troppo facile. Non vi dirò mai se avrete offerto un po’ del vostro caffè tiepido di moka a quella persona o glielo avrete ripreparato caldissimo, non vi dirò se questa persona userà la penna o la matita, non vi dirò se questa persona correggerà qualche vostra soluzione che crede sbagliata, non vi dirò di non dare soddifazione a questa persona per farla accedere solo per riempire le caselline di quelle ventuno che rimangono bianche.

Vi dirò solo che avete scelto un cruciverba di Bartezzaghi e non la pista cifrata e questa persona quando arriverà da voi lo noterà. E non serviranno così tante altre lettere da aggiungere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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