Ti presento il presente.

fotoIl modo è indicativo.

Il presente dovrebbe rassicurare, non ha spesso accenti come nel futuro. E’ più semplice di quello che il futuro vorrebbe farvi credere.

Futuro semplice. Che solo uno che scrive manuali di grammatica può crederci davvero quando lo scrive che il futuro è una cosa semplice.

Semplice è buono. Come il legno di nocciolo, come il profumo di uno shampoo nuovo, come galleggiare senza aver mai preso una lezione di nuoto.

Presente è buono. Ti dà anche l’idea di regalo,no? Come in quell’aformisma tradotto malamente dall’inglese, con quei giochi di parole forzati che ogni volta mi ricordano la vita di un doppiatore.

A me ogni tanto il presente spaventa un po’ più del futuro. Ma non di quella paura brutta, no. Di quella che hai prima di salire sulle montagne russe, di quella che ti viene quando hai ad un centimetro dal tuo naso il cucchiaione di sciroppo schifoso, di quella che ti viene quando devi parlare in pubblico.

Hai paura ma sai che il passo che ti porterà sulle rotaie di un parco giochi, deglutire quella pozione densa, l’avanzare su un palco guardando sfuocati occhi in platea ti farà bene. Ti farà stare bene.

E non è mica l’attimo. E’ il dilatarsi di ore, di minuti molli, di secondi inspirati. Di tempo presente che non diventa futuro finchè non lo vuoi tu.

Io ogni tanto lo aspetto il presente. Mi voglio aspettare il presente. E’ una questione fluida: ci sono orologi alla pareti ma che le pareti le decorano soltanto, non che segnano ore.

Mi aspetto il presente. Aspetto il presente. E il presente aspetta me, con delle puntualità da destini spericolati.

Forse non siamo fatti per aspettare il sole che sorge: se sono le sette di sera non aspettiamo l’alba, ci godiamo quel tramonto.

Forse non siamo fatti per aspettare che il tè si raffreddi: se ci vogliamo scaldare rischiamo l’ustione.

Forse se vogliamo sederci su un prato lo facciamo solo per il gusto di farlo e aspettiamo solo quel gusto di farlo.

Fa socchiudere gli occhi al sole e sudare la tensione di percorrere un ponte che non sai dove andrà a finire; animo avventuriero fino ad un certo punto, animo temerario al punto giusto che, se voglio, il ponte me lo costruisco io, quando voglio.

Domani?

Nel presente di domani.

O magari domani c’ho da fare altro.

C’ho da leggere un libro che non leggerò se non prima di addormentarmi, devo uscire per festeggiare un motivo per festeggiare, devo comprarmi il pigiama per l’inverno, devo chiamare qualcuno solo perché mi piace la frazione silenziosa impercettibile tra il tuuuu e la voce del “Pronto?”.

E io vorrei presentarti il presente come qualcosa che ho imparato da poco. Come una di quelle formule che la so ma non la so spiegare.

Come una di quelle cose che mi serve un pezzo di carta per annotarmi le parole chiave, come un fiore che riconosco solo dal profumo, come una canzone nuova nuovissima che non farò ascoltare a nessuno se non a te, come una biblioteca universale.

Come qualcosa da costruire con i mattoncini della Lego, come l’ultimo sorso di birra per l’ultimo pezzo di pizza, come quando al primo tentativo riesci a trovare la temperatura ideale dell’acqua della doccia, come un cono gelato che mentre si scioglie ti finisce sulle dita e non ci pensi un attimo a pulirle con il tovagliolino di carta, le metti tra le labbra.

Come un film visto al cinema che ti fa uscire con il desiderio di andare sulla luna a piedi solo per vedere se ci riesci, come la voglia di rimanere per ventiquattrore senza telefono, come bruciare la cena e avere l’estro di rimetterti a cucinare.

Come qualcosa che non ho scritto mai. Perchè mai mica è presente.

Come un palloncino gonfiato all’elio.

Come un bicchiere di Prosecco da riempire.

Come un appello.

“Presente”.

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