Sulle assi, negli specchi.

10590669_830105847013828_31521777795970888_nDistesa così.

Con le spalle appoggiate, poi vertebra dopo vertebra, i polpastrelli leggeri, i polpacci tirati su caviglie molli.

Distesa a prendere confidenza: il legno che prima profuma, prepotente in narici che si aprono dolci, i talloni nudi sulle nervature delle assi.

Seduta poi, incrocio le gambe, prendo i piedi e li unisco perfettamente pianta a pianta; lascio andare il collo ad una circonduzione che segue la traiettoria immaginaria di un cono rovesciato.

Cerco di far toccare le mie ginocchia sul pavimento, si allungano gli adduttori, l’energia è lieve e intermittente.

E guardo la stanza dove mi trovo, la sala, gli specchi dinanzi a me e all’inizio non mi riconosco.

La divisa che non mi sembra di aver mai abbandonato mi avvolge: calze nere, body, maglietta lunga che se nei primi anni era accademica ora ha le scritte più ribelli e un golfino allargato sulle maniche che tiro per scaldarmi le mani.

C’è voluta incoscienza leggera ma i sorrisi da batticuore delle mie nuove compagne e tutti quei caffè imbevuti di ricordi spettacolari insieme alle mie di sempre compagne mi hanno convinto a rimettermi in punta di piedi, a trovare un nuovo equilibrio.

Per quel tempo scandito da ottave e frenetici addominali, per quel tempo in cui allunghi le braccia quasi volessi abbracciare un continente intero, per quel tempo in cui voli se ti pieghi bene sulle ginocchia, per quel tempo in cui da distesa ti prendi le gambe e le stringi al petto, io ancora e ancora penso che tornare a danzare sia stata una di quelle cose inaspettatamente belle.

Adagio in centro vorrei le mie gambe fossero compassi, sento le dita dei piedi che si scaldano e la testa che controlla il corpo finchè lo specchio non ti serve più se non per rendere reale l’immagine di ciò che stai vivendo.

La cassa toracica amplifica la musica, il cervello la memorizza sensibile quando dopo gli esercizi arriva il tempo della coreografia; tra la fronte e il collo creo meravigliose favole che scivolano sulle note, so per chi stai danzando, so qual è il registro dei miei arti, so a chi sono rivolti accenti e sguardi.

Mi sento narratrice,in ruoli molteplici,spettatrice curiosa di passi e fiabe.

Mi sento protagonista di racconti da interpretare con dedizione e sensualità.

Il palco sono io. Il palco sono le mie compagne di assi,specchi e camerini.

Il palco è soprattutto una dedica che si illumina di adrenalina

La platea è chi sente prima di guardare. La platea è chi si meraviglia dopo che ha guardato.

E se penso a palco e platea mi tremano i polsi ma poi mi piace, mi piace e ancora mi piace essere tornata sulle punte dei piedi, con il mento in alto, con le spalle dritte, con la lirica tra le braccia.

Perchè mi piace stare sulle assi, negli specchi.

Mi piace proprio.

(Queste righe sono dedicate alle mie nuove compagne di danza, alle mie storiche Ballerine, al cuore grande di Gessica e Gian e al mio nuovo Maestro Luciano che forse ancora non lo sa ma mi ha letteralmente incantata dal suo splendore di insegnante e danzatore).

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