Storia di un reato putativo.

images6In un paese che pare straniero.

Nella frontiera del nuovo freddo, nel cerchio che cambia clima e umori.

Nel caldo che non riesce più a sorprenderti.

Tra le bancarelle di un mercato di perle e profumo, tra corridoi di pazienza e pesce fresco.

Nella scelta mattutina della frutta scarlatta e verde e nei grani di riso bianco tra le mani.

Sui banchi di scuola ancora immacolati, sulle righe precise che imprigionano sinonimi e parole irrisolte.

Nella capitale del sole, in una città di mare con il porto e l’acqua che si raffredda, le distanze barbare.

In quel posto di cemento e luci, tra l’asfalto e l’arancione di poche bollicine in un calice anonimo, le distanze quotidiane.

Sui marciapiedi sconnessi, in mezzo a qualche ballatoio irraggiungibile, con i lampeggianti e il traffico di marmellata.

Sulle mani che non hanno giurato niente, su una cosa che manca eppure non è mai esistita.

E il pensiero che io sogno va su su, su quel terrazzo sui grattacieli in cui la colazione non solo è il pasto fondamentale ma anche quello strepitoso.

E anche su certe prime colazioni che io mica ho paura di ammettere che a volte siano anche più belle.

Tra il vento che si percepisce in riva ad un lago, sul cattivo tempo che arriva sempre dopo ogni tipo di esame, in ogni passo verso un parcheggio nascosto.

Tra le crepe di un muro appena imbiancato, nel vapore denso di una doccia fatta appena prima di incontrare qualcuno che ci fa uscire anche con i capelli bagnati.

Sul colluttorio che pizzica la lingua, sullo specchio che inevitabilmente vorrebbe vedere un’altra faccia e poi la lente a contatto destra che fa i capricci, la scelta pigra di mettere gli occhiali.

Sul tasto che illumina il cellulare per vedere se ci sono chiamate, sulle tende assonnate che si appoggiano sul legno del parquet, un raggio che per quanto è splendido è una circonferenza di luce.

Sulla foglia che non senti perchè non cade ancora a  terra e su un grillo che sei sicura di aver sentito la notte prima; l’ultimo, poteva pure essere l’ultimo.

Sul latte scaduto, sulll’imitazione dei biscotti, sullo zucchero che non si scioglie.

Sui pensieri di giorni che non dovrebbero contarsi ma sono i calendari che a volte ci guardano implacabili.

Sui pensieri di ore che non dovrebbero contarsi ma sono gli orologi che spesso ci guardano oscillando.

Sulla fiducia che diventa un cuscino più morbido,profumato e più grande di altri, sulle volte che con questo cuscino vorrei colpire forte ma senza fare male, su questo cuscino su cui ci si può addormentare piano o profondamente.

Sulle parole che non vorrei scrivere più se non in un giorno più lontano, se non nel giorno più sbagliato, se non in quello più giusto.

Sugli abbracci che non si definiscono si scambiano, si stringono, si vogliono.

E su un silenzio che stanca di una stanchezza da reato putativo.

Su tutto questo pulsa la paura, pulsa il bello, pulsa il Bene.

E finchè pulsano la storia di questo reato putativo non dovrebbe esistere più.

Non esiste più.

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti su “Storia di un reato putativo.

  1. Giulia ha detto:

    Ciao Roberta 🙂 trovo il tuo blog per puro caso… Comincio a leggere, leggo gli ultimi cinque post e mi dico che quando ho tempo torno per leggere tutti gli altri. Scrivi suggestioni, questo mi piace. Niente è del tutto chiaro, ma tutto lo è abbastanza per lasciare che s’immagini quel che resta incerto!

    • isoladellecolline ha detto:

      Ciao Giulia, che bello leggerti. Anche perché sei la prima che ha capito che nulla é chiaro abbastanza da essere universale ma tutti possono immaginare,leggendo, quello che davvero desiderano.
      Ti abbraccio forte e ti aspetto qui sul Blog al più presto. 🙂

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