Sui sensi di una Domenica.

foto(2)Ci sono sguardi che nel giorno dedicato al riposo ti sorridono.

E tu hai la sensazione che, anche se il pranzo lo hai saltato, quegli sguardi ti riportino al gesto di una tavola comune.

Un pezzo di pane che diventa umido del sugo dell’arrosto, il calice di vino che cerchi di svuotare appagata ma che qualcuno è sempre pronto a riempire in allegria, le bucce di mandarino lanciate maldestre che scintillano nella stufa profumata.

Ci sono occhi che quando sorridono fanno diventare i tuoi piscine salate incastonate in posti lontani.

Ci sono occhi che lo sanno gli altri come ti guardano e tu vorresti essere gli occhi degli altri per un minuto solo,uno soltanto.

C’è un odore anche più buono di quello dell’erba appena tagliata.

E’ quello dell’erba umida che si strappa forte da un campo, è quello del fango ingenuo che sporca senza macchia, è quello del detersivo che si impegnerà per rendere quei vestiti puliti ma farà perdere tutti quei segni.

C’è un profumo che è buono solo se sono due le fragranze che lo rendono armonia.

C’è un momento in cui le narici si stringono e si dilatano perchè hanno il passaporto per oltrepassare il confine di un paese non più straniero di aromi.

C’è una percezione tattile che ho mentre tengo in mano una birra di conforto, guardo il buio tra i rombi di una rete di ferro; le spalle si chiudono su un prato malinconico che ha raccolto tensione, polpacci forti, parole troppo grandi, abbracci di sollievo.

E ci sono le mie mani su quella rete, al buio di una sera che in inverno sembra scendere sempre troppo presto: guardo le mie dita mentre prendono quei rombi di ferro freddo di umido leggero ed è calma apparente sulle nocche, malinconia leggera sui polpastrelli.

Ci sono mani che si stringono, altre scelgono di intrecciarsi. Altre che mentre si intrecciano si stringono.

Ci sono mani che sono termometri di felicità, sono precisi barometri di stati d’animo, sono gli strumenti più splendidi per tenersi, tenerci, tenere.

Ci sono suoni che diventano più efficaci di tutte le favole che potremmo mai raccontare.

E poi rumori ai quali pensavamo non poterci abituare, suoni che diventano sveglie naturali, suoni che ci fanno rimanere a letto per minuti sconsiderati.

Ci sono musiche che nessuno ha mai scritto se non l’inchiostro di parole scambiate sotto a coperte leggere di caldo e di intimo, quelle che spariamo nei timpani che non vogliono ascoltare altro che a volumi massimi, quelle che cantiamo noi senza base, in piedi in uno spazio che dividiamo solo con chi sa, con chi capisce quello che gli altri non sanno,non capiscono.

Ci sono canzoni che nessuna radio può trasmettere quello che trasmettono.

Ci sono labbra che si mordono senza peccato, per trattenere parole morbide, per tenere la lingua vibrante tra i denti, per chiudersi solo un istante nella fiducia di un assaggio di aria pulita.

E c’è un sapore così indefinito che è un incrocio velocissimo sulle papille gustative, c’è il gusto così speciale di qualcosa che disseta come acqua corrente, scalda il palato e lo fa fondere come cioccolata densa di sfumature, nutre la nostra bocca di ricordi che devono ancora accadere.

Ci sono sapori nati per trattenere il gusto e prendere il nome di un bacio da sciogliere a temperature altissime.

C’è il sapore di una cosa che assaggiamo per la prima volta ma che la nostra bocca (quasi sicura, così sicura) ci dice sia qualcosa che avremo sempre la straordinaria sensazione di assaggiare per la prima volta.

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