Sulle parole luminose, sulla paura del buio e su una coperta.

10347078_791784820868581_9215192049770561189_nUn film speciale, uno dei miei preferiti, contiene una scena splendida; una scena che ti fa bruciare il cuore come alcool puro sulla punta delle lingua, che ti prende per le tempie e stringe forte, che strofina una spugna di schiuma sulla schiena tiepida, che rende le iridi galleggianti.

In questa scena ci sono momenti così densi che quando io ho bisogno di silenzio imparo da quei fotogrammi a chiudere gli occhi per immaginare, per rendere poesia quello che poesia a tutti non sembra ma che poesia è.

Una poesia recitata con la gola secca di paura, una poesia che freme sulle labbra e preme sulle orecchie di chi ascolta.

Nel film le parole di questo timido poeta improvvisato si fanno largo tra gli spiragli delle dita di qualcuno che gli copre gli occhi, che gli copre gli occhi per farlo guardare davvero.

E il guardare diviene scrutare e lo scrutare diventa osservare e l’osservare diventa cercare e il cercare… poi il cercare non lo so cosa diventa perché io, in quel momento esatto, penso che si debba smettere di cercare e iniziare a pensare di aver trovato.

Di aver trovato le pause per i propri respiri, di aver trovato ristoro per i propri incubi, di aver trovato un materasso per la propria innocenza, di aver trovato la passione per quello che ci rende forti, di aver trovato le cause di un mal di testa martellante, di aver trovato mani che si intrecciano spontanee, di aver trovato la fragilità di uno strato sottile di ghiaccio che ci rende equilibristi senza timori, di aver trovato la potenza di una piuma più che morbida che ci ricorda che sì, volendo, si può anche volare.

Ho paura quando io stessa metto le mie mani sui miei occhi per non guardare; ho paura di non regalare le lettere giuste, di non donare i giusti verbi, di non mettere nelle mani dell’altro il mio idioletto puro.

Ma non è un terrore irreparabile o un timore da una carenza di coraggio. Non credo.

Proprio no.

E’ che io ho paura di non dare quello che dovrei, di non dire quello che vorrei, di non concedere le parole le più luminose.

Ma io credo che, poi, la paura sfumi leggera e la verità non sia più una coperta che tiene scoperti i piedi come nella poesia di quel timido poeta improvvisato; perché se c’è qualcuno che ti copre gli occhi per guardare davvero,
tu non hai inspiegabilmente più paura e le parole, quelle parole, sì le parole con cui faresti l’amore, non si bloccano più tra il mento e le clavicole ma escono fluide, fluide e intense e incerte ma di quell’incertezza che rende la verità ancora più forte, di quell’incertezza che non è dubbio ma scoperta.

La verità non è più una coperta che ci lascia scoperti i piedi.

Io credo che la verità sia nel gesto di chi, con un’altra coperta, ci copre le spalle.

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